zaratustra_86@h...'s profileSe avessi un euro per og...PhotosBlogLists Tools Help

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    30 March

    Non credo nella democrazia.

    Innanzitutto non liquidate questo post immediatamente, non fareste che darmi ragione.
     
    Spesso sentendo alcuni discorsi sulla politica mi girano le palle a trottola:
    come può, in nome del cielo, il mio amico xxxx votare per il partito L? Non sa quali sono le tesi di quel partito? La sua storia? Le sue battaglia fortunatamente perse?
    Addirittura, come può reputarsi a posto con la propria coscienza votandolo?
    Poi la rabbia va verso me stesso: non mi sono sempre dichiarato democratico? Allora non posso criticare le scelte politiche altrui, evidentemente ci hanno pensato bene.
     
    UN CAZZO!!!
     
    Democrazia è quando il popolo sceglie i propri rappresentanti.
    Ma nella parola "scelta" vi è implicito il concetto di "comprensione".
    In soldoni se il popolo non comprende, non può scegliere e quindi non si tratta di democrazia.
    Nonostante tutte le ore di televisione, i cartelloni, la radio ecc. oggi più che mai scegliere per chi votare è difficile, perchè comporta l'informarsi, possibilmente in modo autonomo.
    Per noi ragazzi è ancora più difficile, spesso votiamo semplicemente ciò che votano i nostri genitori senza mettere in discussione le loro ragioni.
    Ancora di più, spesso si vota per una questione di tornaconto personale, l'imprenditore voterà per chi promette la depenalizzazione del falso in bilancio, poco importa se poi la nazione barcollerà dopo la caduta di nuove "cirio" e nuove "parmalat", dovuti a buchi creati proprio da bilanci fraudolenti.
    A tutto questo si aggiunge la sfiducia generale verso la politica, riassunta nella frase "tanto sono tutti ladri".
     
    Tanto per cominciare alcuni sono più ladri di altri, a volte di molto.
    Poi bisognerebbe votare secondo coscienza e non secondo portafoglio, dato che il voto è l'unico modo di cambiare in meglio le cose (rivoluzione a parte).
    Dato che si vota secondo coscienza, non ci si può vergognare del proprio voto, così come non ci si può vergognare di avere aiutato una vecchietta ad attraversare la s trada.
    Se non ci si vuole informare perchè si è pigri o perchè non interessa meglio l'astensione. Nessuno di voi, infatti, firmerebbe un contratto con una persona solo perchè questa dice che è un buon contratto.
     
    Un'altra cosa che mi fa incazzare è il discorso comunisti-fascisti.
    Non so se ve ne siete accorti, ma siamo grandi abbastanza per superare questa divisione in rosso e nero falsa e semplicistica.
    Io sono forse comunista perchè uso parole come: popolo, pace, onestà, informazione, libertà ecc.?
    O siete forse voi che avete scordato che questa roba dovrebbe essere la BASE di uno stato occidentale nel 2008!
     
    Io voto Italia dei Valori (che è il partito meno comunista della sinistra).
    E subito: "Ma il vostro leader sbaglia le coniugazioni, e si è comprato la laurea, ecc. ecc."
    Al di la del fatto che Antonio di Pietro è stato uno dei magistrati più importanti della storia contemporanea italiana (già a capo del pool manipulite, che ha portato alla caduta della "prima repubblica"), sono il primo a dire che non sa parlare.
    Ma infatti io non lo voglio presidente del consiglio (ve lo immaginate?), voglio però che i pregiudicati non possano essere eletti in parlamento e voglio una legge sul conflitto di interessi, perchè trovo sbagliato che chi ha interessi economici rilevanti crei leggi per proprio tornaconto personale che magari (come è successo) siano anche dannose per il resto della nazione. Vi sembrano concetti comunisti?
     
    Ultimo ma non meno importante, alcuni di voi pensano che io non creda nella democrazia perchè molto probabilmente verranno eletti quelli di centro-destra.
    Io non ho mai detto che è sbagliato votare a destra (anche se ne sono sicuro). Io ho detto che è sbagliato votare senza informarsi.
    Se tutti votassero con la piena consapevolezza di chi e cosa votano, sono convinto che l'italia sarebbe un posto assai migliore.
    Ma ora guardatevi attorno, se non voi, quanti dei vostri amici e conoscenti potete dire che votino con consapevolezza?
    20 March

    Sogni Grandiosi

    Indovinate un po' che ora è???
    Non importa quando state leggendo questo messaggio tanto è sempre l'ORA DEL CONTEST(tm) !!!!
    Grande concorso! Ricchi premi!
    Chiunque passi di qua deve immaginare qualcosa di grandioso ma fondamentalmente fattibile!
    I sogni devono essere grandiosi ma rispondere alla domanda "come?". Per esempio: "eliminare la fame dal mondo" non va bene perchè non dice come. Mentre " eliminare la fame dal mondo dando da mangiare ai bambini poveri i bambini ricchi" va bene.
    Non devono essere per forza benefici, quindi va bene anche "fondare una società di assassini che uccidano tutti quelli che non rimandano le mie catene di s.Antonio".
    Chiunque non si attenga alle istruzioni dimostrerà a se' stesso di essere un triste omino grigio senza fantasia.
     
    OK, come di consueto, comincio io.
     
    Fondare un campus universitario scientifico di qualità mondiale.
    Il mio campus si chiamerà "ManKind" e per accedervi sarà necessario superare un test d'ingresso difficilissimo.
    Dopo il test i corsi e il materiale sarà fondamentalmente gratuito.
    Pagherà tutte le ingenti spese solo chi venisse espulso e chi dopo il corso di studio non lavorasse per il secondo stadio del progetto ManKind.
     
    Il secondo stadio del progetto ManKind sarà un vasto sistema di centri di ricerca in tutte le scienze che verrà finanziato dai brevetti scoperti in loco e da donazioni.
    Unico scopo del progetto ManKind è infatti il progresso del genere umano utilizzando cervelli provenienti da tutto il mondo senza le barriere monetarie che ci fanno sprecare tutti i possibili geni delle zone disagiate del pianeta.
    Fina dal primo stadio infatti talent scout sparsi per il mondo recluteranno tutte le persone promettenti.
    A dire il vero ci sarebbe anche un terzo stadio del progetto ManKind ma è addirittura troppo ambizioso persino per questa sede
    12 March

    Quando mio padre non c'era (racconto 1)

     

    Giunsi al bar a sera inoltrata.

    Un vecchio sedeva nella veranda illuminata da lampadine appese al soffitto.

    Davanti a lui, un tavolino basso e sbilenco sosteneva una scacchiera con una partita già iniziata.

    I pezzi, disposti senza alcuna geometria apparente, catturavano i suo occhi socchiusi sotto la tesa della paglietta ma, dal suo respiro lento e leggermente rauco, pareva che dormisse.

    Arrancai verso la porta del locale trascinando il mio borsone logoro sul pavimento di legno, mentre la camicia di lino appiccicosa mi aderiva alla schiena come carta bagnata.

    Sotto il panama, il sudore formava gocce che scivolavano fino alle sopracciglia e rotolavano su di esse fino a cadere sulle guance.

    Mi avvicinai quindi alla porta del locale, quando un sospiro rauco mi fermò: era il vecchio che aveva alzato il mento e mi guardava fisso con gli occhi che ora si rivelarono di un blu profondo.

    -Carlo! Era ora che arrivassi!-

    -Mi dispiace signore - risposi innervosito - deve avermi confuso con qualcun altro.-

    Il vecchio sorrise stringendo le labbra esangui e mostrando sei denti.

    -Carlo! Carlo Ruben! Non sei forse tu?-

    Strabuzzai gli occhi, mentre sentii lontano da me il tonfo del borsone sulle assi di legno del pavimento.

     

    Un mese prima mio padre, il conte Emanule Cordera di Tomagallos, moriva nel suo grande letto di mogano dove erano spirati prima di lui, mio nonno Gregorio Cordera di Tomagallos, il mio bisnonno Leopoldo Cordera di Tomagallos e, infine, la mia ava Ramona Cortez.

    In circa 150 anni il letto non era cambiato quasi per niente, lo stesso invece non si poteva dire della dimora dei conti Tomagallos, passata dal palazzo nobiliare in centro, all’appartamento di periferia dei giorni nostri.

    Mio padre aveva dissipato tutto della nobiltà ereditata, dal patrimonio all’onore riservato da sempre al nostro cognome, costringendo mia madre e me ad abitare in un bilocale con cucina abitabile.

    Egli, così poco portato alla parsimonia e alla sobrietà era invece un maestro nelle Grandi Assenze: il mio diploma, la mia laurea, avrà in tutto azzeccato sì e no 3 compleanni in tutta la mia vita, per il resto era sempre in viaggio, chissà dove, chissà perché.

    E’ sempre stato un mistero dove andasse, almeno per me dato che mia madre, così presa dall’adorazione per il nobile marito, pareva non essersi mai accorta di niente.

    Ma io, il conte Luis Cordera di Tomagallos, genealogicamente destinato a ben altro che al misero studio d’architettura dove ero riuscito a farmi assumere come aiuto, bramavo sapere dove mio padre fuggisse dai suoi doveri di marito e di padre se non altro per mettere un punto finale alla fedina che avevo mentalmente compilato.

    Una fedina lunga e fitta, scritta con la bile che condannava mio padre senza possibilità d’appello.

    Così si può immaginare il mio stupore quando all’apertura del testamento, come unico legato ricevetti una scatola di scarpe con dentro alcune lettere indirizzate al signor Carlo Ruben presso uno sperduto paesino dell’America Latina.

     

    Mi ripresi dallo smarrimento e mi avvicinai al vecchio sdentato senza che esso mutasse di una virgola il suo sorriso.

    -Io sono il conte Luis Cordera di Tomagallos- dissi con voce stentorea, come avevo imparato a presentarmi provando e riprovando davanti allo specchio.

    -Un conte!- Fece intimorito il vecchio, abbassando lo sguardo –non ne avevo mai visto uno da vicino, ma mio padre mi disse che una volta questa terra era dominata da un conte che morì fucilato durante la rivoluzione.

    Preso in contropiede, feci finta di non aver sentito e mi sedetti davanti al vecchio.

    -Mi ha chiamato Carlo Ruben, ebbene io sto cercando un uomo con questo nome, forse lei lo conosce?

    -Ma certo che lo conosco! Sarà un anno che lo aspetto ogni sera a questo tavolo per finire questa partita di scacchi e, lasciatelo dire signor conte, ti somiglia in un modo impressionante, anche se lui non poteva certo contare su così nobili origini.

    Il vecchio, come accorgendosene solo in quel momento, si tolse con un movimento rapido il cappello come si conveniva davanti a un nobile.

    Compiaciuto che quel villico avesse finalmente preso coscienza del suo posto nella piramide sociale, continuai con il mio interrogatorio.

    -Ma almeno ha idea di dove si possa trovare il signor Ruben?-

    -Dovrebbe essere alla villa rosa, sopra la collina, è lì che mi ha detto di alloggiare.

     

    Dormii in una stanza dai muri di legno ammuffito, sita sopra il bar, e la mattina, umida e appiccicosa come la sera, inorridii scorgendo due enormi scarafaggi rincorrersi vicino ai miei sandali.

    Scesi, mi lavai in un grosso lavabo di ceramica sul retro, mi infilai dei vestiti puliti e, finalmente, dopo quattro giorni di interminabile viaggio, mi sentii pienamente padrone della situazione.

    Purtroppo quella rassicurante sensazione svanì poco dopo, quando il barista, un indio unto e tarchiato, mi spiegò in un dialetto incomprensibile e aiutandosi con i gesti, che sì, una corriera passava davanti al bar ma che per andare alla villa rosa avrei dovuto in ogni caso percorrere almeno un chilometro a piedi su una stradina in salita e, per giunta, sterrata.

    Ma, oramai ero finalmente prossimo a restituire le lettere al signor Ruben e, soprattutto, a chiedergli di mio padre. Nonostante odiassi anche solo l’idea di camminare nel fango, non potevo certo fermarmi davanti a questa seccatura.

    Sceso dal vecchio e scassato trabiccolo, che i locali si ostinavano a chiamare corriera, e con ancora nelle narici il forte odore di becchime che emanava la vecchia seduta vicino a me, cominciai ad inerpicarmi per la stradina costeggiata da oleandri.

     

    Mi ricordo in particolare un episodio su mio padre, come se fosse scritto in rosso sulla già accennata fedina: era uno di quei rarissimi periodi in cui il signor conte si degnava di vivere qualche mese con noi. Avevo 13 anni ed essendo stato promosso alla seconda media con ottimi voti, mi vantavo del meraviglioso regalo che io, il figlio del conte di Tomagallos avrei ricevuto in premio. Avevo adocchiato un enorme modello di macchina rossa con i sedili di pelle vera che ben avrebbe rappresentato il lignaggio del proprietario e già la descrivevo con dovizia di particolari ai miei invidiosi compagni.

    La chiesi a mio padre, mentre questo leggeva un quotidiano stravaccato sul letto in cui anni dopo sarebbe morto.

    Lui ebbe il coraggio di rispondermi senza nemmeno alzare gli occhi dal giornale che quel modello era troppo costoso!

    Lui che, da solo, aveva dilapidato il patrimonio di un intero casato!

    Lui che partiva continuamente per lunghissimi e costosi viaggi all’estero!

    Lui aveva l’ardire di venirmi a dire che il giusto compenso che avevo chiesto, era eccessivo!

    Non dissi niente. Con i pugni stretti dalle nocche sbiancate e con la mascella serrata uscii dalla camera da letto.

    Nei giorni successivi i compagni mi chiesero di poter vedere il modellino che tanto avevo sbandierato ed io, cedendo dopo mille insistenze, mostrai sul palmo della mano il regalo ricevuto da mio padre.

    Ricordo che arrossii violentemente, mentre venivo sbeffeggiato per quella ridicola riproduzione di un maggiolino che a malapena copriva la mia mano di tredicenne.

    Una voce, una risata stridula e cattiva e presto vengo marchiato dall’infamante epiteto: “conte Maggiolino”.

     

    Quando arrivai in cima alla collina, rimasi piacevolmente sorpreso dalla costruzione che vi si ergeva sopra.

    Più che di casa si poteva parlare di un complesso di tre costruzioni dall’intonaco rosato che abbracciavano un patio in terra battuta.

    Dall’edificio centrale arrivava un forte profumo di pane, portato fino a me dalle note distorte di una vecchia canzone di Julio Iglesias.

    Mi incamminai attraverso il patio verso la porta aperta dell’edificio centrale quando, uno stuolo di ragazzini spuntati dal nulla mi circondò strepitando e spaventandomi.

    -Senior! Senior! Ha caramelle senior?

    La torma di nani cenciosi mi si stringeva attorno facendomi inciampare e senza darmi la possibilità di avanzare di un passo, quando una voce di donna, melodiosa e materna, spunto dall’ombra:

    -Fate i bravi bambini! Accompagnate da me il nostro ospite!

    Il più grande dei ragazzini (avrà avuto sì e no dodici anni) mi afferrò per mano e mi accompagnò verso la voce, mentre uno stuolo di marmocchi  ci seguivano come un corteo nuziale.

    Entrai nella penombra di una cucina, mentre l’odore di pane appena sfornato mi invadeva prepotente le cavità nasali e, assieme ad altri mille odori mangerecci, scendeva rapidamente fino allo stomaco, provocandomi una dolorosa contrazione.

    Un’anziana signora olivastra con una lunga coda i capelli grigi mi accolse con un sorriso.

    Indossava un vestito scuro e arioso, coperto da un grembiule da cucina immacolato. La figura apparentemente esile era eretta e sicura in mezzo ai vapori e ai pentoloni borbottanti che davano al luogo l’aspetto dell’antro di una strega. In un angolo, un grammofono gracchiava “por el amor de una mujer”.

    Con voce soave, mi indicò la folla di ragazzini:

    -Se vuole stare tranquillo almeno un po’, senior, le conviene regalare a quei bambini qualche caramella…-

    Seccato rovistai nella tasca dei pantaloni e ne tirai fuori un pacchetto tutto schiacciato, comprato all’aeroporto di Madrid poco prima di imbarcarmi, e lo lanciai al mio accompagnatore.

    Il ragazzo lo prese al volo e ne estrasse deluso solo due gomme da masticare.

    Sogghignai tra me e me.

    Solennemente, senza un fiato da parte degli altri, diede le gomme ai due bambini più piccoli e gracili del gruppo che mi guardarono riconoscenti e se ne andarono insieme agli altri lasciandomi imbarazzato.

    -Deve scusarli senior- continuava la vecchia, - non riceviamo frequentemente visite e i bambini amano vedere gli stranieri con i propri occhi, per fantasticare su come sia il mondo lontano da qui. Ma venga, sediamoci sotto il porticato sul retro, affinché mi possiate esporre il motivo della visita.

    La seguii e ci accomodammo su delle sedie di vimini, sotto un fresco porticato circondato da cespugli di rose canine. La vecchia mi pose davanti un po’ di quel pane appena sfornato che fino a quel momento avevo solo immaginato dovesse esserci.

    Ma qui, fuori dalla semioscurità dell’interno, la vecchia avvicinò improvvisamente il suo volto al mio, tanto che avvertii il suo odore di lavanda, in mezzo a quello predominante del pane, poi sbarrò gli occhi, urlò –Madre de Diòs!- e si abbandonò sulla sedia dietro di lei.

     

    Un giorno, mio padre, in partenza come sempre, mi chiese un favore.

    -Luis- mi disse, -devi prenderti cura di questo vaso di rose come se fossero tue.

    Lo guardai ostile, perché mai avrei dovuto prendermi cura di un vaso di rose, sull’unico balconcino della nostra casa, per giunta sito accanto al secchio puzzolente della spazzatura?

    Lui come leggendomi nel pensiero disse:

    -Il fiore è un essere nobile, perché seppur nato nella terra si eleva al di sopra delle proprie radici e sublima la grezza terra in bellezza e poesia.-

    “Cazzate! E poi, che ne sai tu di nobiltà?”Questo, pensai!

    Ciononostante nei giorni seguenti me ne presi cura, se non altro per guadagnarmi un po’ di quella stima che mio padre mi aveva sempre negato.

    Ma nonostante le buone intenzioni, dopo un mese, il piccolo roseto era perito afflosciandosi e marcendo inesorabilmente.

    Quando mio padre era tornato ed aveva visto il vaso vuoto e sterile non aveva detto niente, ma mi aveva guardato per pochi, lunghi istanti, tristemente, e non aveva più affrontato l’argomento.

    Qualsiasi cosa avessi sperato di conquistare con quel mio gesto, non l’avrei ottenuta.

     

    La vecchia mi guardava ancora stupita senza articolare parola e io mi stavo innervosendo terribilmente.

    Da un angolo spuntò un uomo di circa la mia età:

    -Mamà cosa è successo?- ma si bloccò scorgendo me.

    Mi soffermai ad osservare il nuovo arrivato: era sporco di terra dalle scarpe fino al petto ed aveva le mani grandi e forti da contadino. Anche lui mi osservava con stupore.

    Mi spazientii:

    -Allora! Si può sapere cosa avete tutti? Parlate, svelti!

    La vecchia fu la prima a scuotersi:

    -Ci deve scusare senior, lei assomiglia in modo impressionante ad un nostro carissimo amico.

    Un sospetto mi colse, mi sfilai il portafoglio dalla tasca e, mentre rovistavo al suo interno, chiesi:

    -Si tratta forse di un certo Carlo Ruben?

    Questa volta fu il ragazzone a rispondere:

    -Si Si! Allora lo conosci!-

    Finalmente trovai ciò che cercavo e misi sotto il naso della vecchia una foto abbastanza recente di mio padre.

    -E’ lui?

    -Proprio lui senior! Carlo Ruben, il nostro amato Carlito!

     

    Mio padre non aveva mai dato l’impressione di essere orgoglioso del proprio lignaggio, anzi!

    Mio nonno, uomo autorevole e autoritario come mio padre non fu mai, lo aveva spinto verso la facoltà di giurisprudenza della più prestigiosa università dei dintorni e lui docile come un bovino aveva seguito le istruzioni paterne ottenendo solo scarsi risultati.

    Era riuscito in ogni modo a laurearsi, grazie alle cospicue donazioni del conte suo padre.

    Subito dopo la laurea mise i libri di legge in uno scatolone e fece l’unica cosa effettivamente consona alla nobile stirpe da cui discendeva: non lavorò. Passò da una festa all’altra per anni, finché non divenne famoso nei salotti mondani e non fu protagonista di qualcuno dei piccoli scandali di quei tempi.

    Finché, forse ormai sazio delle emozioni che poteva rubare alla sola Spagna, o forse insofferente alle continue suppliche di mio nonno di mettere la testa a partito, decise di partire per un breve viaggio intorno al mondo.

    Tornò dopo 3 anni.

    Trovò una ragazza, la sposò e cominciò con i suoi misteriosi viaggi all’estero: tornava, stava uno, due mesi e ripartiva, ogni volta portandosi una fetta del patrimonio, nel frattempo ereditato.

    Io fui concepito durante una di queste brevi soste e, a differenza di mio padre, feci il possibile per farmi carico dell’orgoglio che il sangue mi imponeva.

     

     

    Una lunga tavola era stata imbandita, probabilmente in mio onore, ed io sedevo a capotavola.

    La banda di straccioni che si era raccolta nel frattempo dai campi adiacenti alla casa, si affollava lungo di essa, passandosi le cibarie e schiamazzando come al mercato.

    Uomini e donne di tutte le età mangiavano ridendo e scherzando, tutti ugualmente abbrutiti dalla vita tra la polvere ed i campi.

    Alla mia destra sedeva il ragazzo che aveva riconosciuto mio padre e alla mia sinistra la vecchia mezza cieca.

    -E così tu sei suo figlio!- diceva la matrona, -mi pare impossibile, Carlito non ce ne ha mai parlato!-

    -Mi ha insegnato tutto quello che so- continuava il ragazzo –a leggere, a scrivere, a crescere le rose e il grano, tutto!

    -Che uomo straordinario!- declamava la vecchia, mentre stritolavo tra i denti un acino d’uva.

    –Pensa che quando arrivò qua, tanti anni fa abitavo in una capanna proprio dove adesso cresce quel melo, vedi? Pioveva, lo ricordo bene, egli si presentò sulla porta fradicio e tremante. Lo ospitai la notte nel mio pagliericcio e la mattina, quando si svegliò, mi aiutò a riparare i danni che le intemperie avevano inflitto capanna. Da allora e per gli anni che seguirono, radunò tutti i senza tetto della zona e insieme costruimmo questa casa. Comprò il bestiame e seminò i campi. Pensa, abbiamo persino una scuola dove, istruire i nostri e gli orfanelli che arrivano dal circondario, salvandoli dalla miseria più nera.

    A volte quando i soldi sembravano esauriti, lui partiva per tornare qualche mese più tardi con del nuovo denaro.-

    Il ragazzo seguiva tutto con un espressione di bovina beatitudine. –Certo, diceva, facciamo una vita semplice, ma tutti qui possono trovare un pasto caldo, e aiuto e lavoro per ricominciare! E dobbiamo tutto questo a tuo padre, che Dio lo benedica!-

    A quelle parole, tutta la tavolata si unì in un brindisi spontaneo per l’adorato patriarca:

    tutta la tavolata, eccetto me che guardavo quella massa di bifolchi con sdegno

    Mi alzai senza proferir verbo e feci per andarmene:

    -Aspetta!- mi richiamò la vecchia, -rimani con noi questa notte.

    -Io, rimanere con voi?- gonfiai il petto e feci sprezzante: -Io sono il conte Luis Cordera di Tomagallos! Non posso dormire su una poco igienica branda come voialtri!

    La vecchia abbassò lo sguardo mentre, trionfale, riprendevo la mia marcia verso l’uscita.

    -Almeno dicci quando tornerà Carlito! Devo mostrargli i progressi che abbiamo fatto con  la canna da zucchero!-

    Un pensiero divertente mi attraversò la mente:

    -Presto- sorrisi, -Verrà presto, il tempo di sbrigare alcune faccende a casa e poi sarà da voi. Aspettatelo! Mi ha detto che porterà dei bellissimi regali ai bambini!

    Me ne andai, mentre sentivo i gridolini di giubilo dei bambini alle mie spalle.

     

    La discesa e il viaggio in corriera fu quasi impercettibile, immerso come ero in amari pensieri.

    Era dunque così! Mio padre aveva rinunciato a tutto, aveva relegato me, suo figlio e legittimo erede a ruolo di comparsa, mentre lui si costruiva a misura delle sue chimere, l’immagine di contadinotto nell’altra parte del mondo! Che oltraggio! Che rabbia! Se avessi avuto una pistola in tasca un’ora prima, avrei volentieri sparato in mezzo alle folte sopracciglia di quell’ottuso villico, mentre ancora si beava della luce del suo amato benefattore!

    Arrivai al bar in un baleno (così almeno mi parve), ma intanto si era fatto buio.

    Notai immediatamente il vecchio nello stesso angolo della sera prima.

    Lui mi guardò con la stessa espressione di vacua stupidità che pareva contraddistinguere gli abitanti di quella regione. Tirò su gli angoli della bocca in una orribile imitazione di sorriso e disse:

    -Carlito! Finalmente sei tornato! Vieni dal tuo amico Raùl, siediti affinché possiamo finire la partita iniziata tanti anni fa!

    “Vecchio rincoglionito” pensai, “ti sei già scordato che non sono mio padre?”

    Decisi lo stesso di sedermi e batterlo, per umiliare lui e tutto quel mondo di idioti in trepidante attesa di un fallito.

    La partita, sebbene a buon punto, era in una situazione di parità

    Mossi la torre puntando a una presa facile, ma il vecchio più per caso che per volontà attuò una contromossa che rese il mio attacco una apertura azzardata.

    Risposi allora con una rapida avanzata del pedone di destra a copertura della torre, ma lui sfruttò il buco nella mia difesa per intrufolarsi oltre la mia prima linea e darmi scacco.

    -Ah Carlito- ridacchiava il maledetto, - sei invecchiato forse? Una volta non avresti fatto questi errori!

    -Certo! Carlito è invecchiato!- urlai, -Ed è anche morto, se è per questo,  un mese fa!

    -Ma che dici Carlito!- balbettò il vecchio sfoderando un’espressione, se possibile, ancora più idiota del solito, - Come puoi essere morto ed essere qui?

    -Io non sono il tuo maledetto Carlito! Sono suo figlio! Mio padre è morto!

    -Ahi, ahi,- singhiozzò il vecchio finalmente con un’espressione lucida, –ora capisco la sua lunga assenza. Ahi, ahi, povero vecchio amico mio!-

    Il vecchio era sconvolto ma lo obbligai a giocare lo stesso.

    Le partite vanno finite!

    Cominciò a fare mosse avventate e ne ebbi facilmente ragione, d'altronde con la mia cultura e la mia intelligenza, era solo una questione di tempo prima che prevalessi.

    Lo lasciai nel suo angolo umidiccio e, vittorioso, andai a riposare: l’indomani avrei lasciato quelle lande insane alla volta della civiltà.

    La mattina dopo saldai il conto (dovevo pure pagare per quel buco puzzolente?!) e mi avviai verso la piazza del paese dove avrei preso il pullman che mi avrebbe condotto alla città con il suo aeroporto.

    Ma mentre aspettavo l’autobus, nella piazza deserta per la calura, notai la piastra che denominava il luogo.

    Era una semplice lapide in pietra, affissa all’angolo di un edificio dall’intonaco cadente, ma il suo contenuto mi fece montare su tutte le furie.

    Raccolsi un sasso, con tutta la forza di cui ero capace, lo scagliai contro l’iscrizione scheggiando la pietra, mentre mi abbandonavo ad un urlo feroce e soddisfatto.

    In quel momento arrivò l’autobus e io vi saltai sopra mentre l’autista mi guardava di sottecchi, intimorito, probabilmente, dal mio portamento eretto e compunto.

    Mi sedetti in fondo ma i miei pensieri, mentre l’autobus ripartiva gracchiando, non potevano che tornare alla iscrizione maledetta:

     

    “Plaza Carlito Ruben

    Padre amato e benefattore.”

    03 March

    Conoscere se stessi – l’importanza dell’auto-esplorazione nasale

    Inizio questo testo con un urlo liberatorio.

    Sono stanco di sentire in giro che scaccolarsi è sconcio, quando si tratta di un atto di pulizia davvero encomiabile.

    Sono stanco di non poter camminare felicemente per strada con entrambi i miei indici in una narice (possibilmente la stessa).

    Noi pionieri dei tunnel nasali crediamo sia giunto il momento di riprenderci il diritto di far mostra della nostra scienza alla luce del sole, pacatamente, serenamente.

    Dato che sono un accanito sostenitore della teoria secondo cui l’incomprensione sia figlia dell’ignoranza, con questo mio scritto voglio farvi scoprire un mondo nuovo.

    Un mondo composto da oscurità, sostanze viscose, grandi asteroidi e peli.

    In seguito a una brutta caduta da piccolo ebbi il setto nasale deviato, il che per me comportava un handicap: ogni piccola produzione del mio naso era in grado di ostruire completamente il condotto di una narice rendendomi difficoltosa la respirazione e anche la percezione degli odori.

    Ma così come molti geni sono formati dalle difficoltà, anche io usai il mio svantaggio per sviluppare particolari e innovative tecniche nella pulizia rino-digitale, come la manovra Tuzzo-Spiegelmann (sviluppata in collaborazione con un illustre professor Helmut Von Spiegelmann, detentore della cattedra di fisica della pnetrazione nasale dell’università di Dusseldorf).

    Già in tenera età mi distinsi in molti sport connessi a questa attività ovviamente nella categoria “mocciosi” riserva ai più giovani.

    Ancora oggi partecipo con discreto successo alle “mucolimpiadi” che nell’ultima edizione di Stoccarda mi ha visto tra i finalisti nelle specialità di lancio del peso categoria “appallottolato” con ben 112 grammi.

    Intendo però ritirarmi dall’attività agonistica perché sono stato colpito dalla cosiddetta sindrome da “gatta pelosa” che consiste in pratica indolori acuti durante l’estrazione dovuto all’estirpazione dei peli rimasti inglobati nel prodotto.

    Se pensate di avere a che fare con un pazzo isolato, ricredetevi perché diverse organizzazioni stanno aumentando i propri sforzi nella ricerca e nello sviluppo di tecnologie all’avanguardia (anche se personalmente preferisco il vecchio sistema).

    Per dimostrarvi che all’estero l’attenzione a questo poco esplorato universo sia in crescita credo basti citare l’impegno che in questo campo ha profuso e continua a mostrare un’un’agenzia come la N.A.S.A. con il suo programma Nasa’s Nose (letteralmente il naso della nasa) con il lancio di ben 8 capsule, la serie Cap-X, fino allo sfortunato Cap-X8, finito fuori controllo e mai più ritrovato.

    In definitiva come al solito l’Italia fa da fanalino di coda.

    Per finire voglio invitare tutti voi ad approfondire la conoscenza di voi stessi attraverso una mappatura approfondita delle vostre narici che avrà perlomeno alcuni effetti positivi immediati:

    Minori incidenti ai semafori (sarete troppo presi a scaccolarvi per fare i pirla con l’acceleratore).

    Non sarete mai a corto di argomenti in una conversazione.

    Sarete sempre scambiati per profondi pensatori.

    Arriverete a percepire odori sconosciuti a centinaia di metri di distanza.

     

    Saluti dall’artista della caccola.